mercoledì 15 agosto 2018

Assunzione della BVM - fotografie

Mercoledì 15 giugno, festa dell'Assunzione della Beata Vergine Maria, il rev. don Charles Gauthey FSSP ha cantato la Messa tridentina d'orario nella chiesa veneziana di San Simon Piccolo.

La liturgia è stata preceduta dalla tradizionale benedizione solenne dei frutti, officiata dal rev. don Juan Tomas FSSP. Lo stesso don Tomas ha predicato durante la Messa, soffermandosi sulla gloriosa condizione di Maria Santissima, che ha raggiunto la "parte migliore" nel cielo.

E' stata celebrata la Messa Gaudeamus, impiegando cioè il Proprium precedente alla riforma liturgica del 1950.

Il servizio liturgico è stato curato dal circolo Traditio Marciana. I canti gregoriani sono stati eseguiti dal M° Nicola Lamon.












martedì 7 agosto 2018

AVVISO SACRO: Messa cantata per l'Assunzione della BVM

Chiesa di S. Simeon Piccolo
Venezia

Mercoledì 15 agosto
ore 11

S. Messa cantata
dell'Assunzione della Beata Vergine Maria


Prima della Messa, alle 10.40 circa,
sarà solennemente officiata la benedizione dei frutti

martedì 31 luglio 2018

Catechesi n.3 - Moralità degli atti umani

La moralità degli atti umani dipende:
- dal fine che si prefigge o dall’intenzione;
- dall’oggetto scelto;
- dalle circostanze dell’azione.

L’oggetto, l’intenzione e le circostanze rappresentano le “fonti” o elementi costitutivi, della moralità degli atti umani. (Catechismo della Chiesa Cattolica,1750)

Ci sono tre fonti di moralità:
1. intenzione
2. oggetto morale
3. circostanze

1. Intenzione (o fine intenzionale)

La prima fonte di moralità è l'intenzione, la ragione o lo scopo per cui l'atto è scelto. Questa intenzione è un tipo di fine; può essere chiamato l'obiettivo o il fine previsto. Il fine previsto risiede nella persona (l'agente dell'atto). È il fine scelto dalla persona umana (finis agentis).
Se l'intenzione è buona, cioè se l'intenzione è interamente in accordo con la legge di Dio allora la prima fonte di moralità è buono.
Un’intenzione buona non rende né buono né giusto un comportamento in se stesso scorretto (come la menzogna e la maldicenza) Il fine non giustifica i mezzi.

2. Oggetto morale (o semplicemente oggetto)

L'oggetto morale è il fine verso il quale l'atto scelto consapevolmente è intrinsecamente ordinato. L'oggetto è il fine inerente all'atto scelto. Questo fine è l'oggetto dell'atto (finis actus) e determina la moralità di questa fonte. Tuttavia, l'intera fonte dell’atto è più dell'oggetto.
La seconda fonte è la scelta di un atto obiettivo (ciò che scegliamo liberamente di fare). Ma ogni atto scelto consapevolmente ha una natura morale (il suo genere o specie).
Ad esempio, ci sono una miriade di diversi modi concreti per commettere furti e una miriade di beni diversi che potrebbero essere rubati. Eppure tutti questi atti sono dello genere dell'atto. Il tipo di atto costituisce la natura morale dell'atto.
La scelta di qualsiasi atto concreto da parte del libero arbitrio è intenzionale (deliberata, volontaria, consapevole). Ogni atto umano, soggetto alla legge morale, è una scelta consapevole; è un esercizio dell’intelletto (mente) e del libero arbitrio.
Ogni fonte di moralità procede dalla volontà e va verso un tipo di fine. Ma c'è una distinzione tra il fine inteso e l'oggetto morale. L'intenzione è il fine scelto dalla volontà. L'oggetto è la fine inerente all'atto scelto. La scelta intenzionale di ogni atto concreto è sempre una scelta dell'atto particolare, della sua natura morale e del suo oggetto.
L'oggetto morale determina la natura morale dell'atto. Ogni atto scelto consapevolmente ha un ordine intrinseco verso un fine prossimo (un fine moralmente immediato). Se il fine, chiamato oggetto morale, è malvagio, allora l'atto è intrinsecamente ordinato verso il male ed è definito intrinsecamente malvagio. Ogni atto cosciente con un oggetto malvagio è un atto intrinsecamente malvagio. È sempre un peccato, almeno oggettivamente, scegliere consapevolmente di commettere un atto intrinsecamente malvagio. Se invece la fine è buona, allora l'atto è intrinsecamente ordinato verso il bene e può essere definito intrinsecamente buono.

Un atto può avere più di un oggetto morale, nel qual caso ogni oggetto dell'atto deve essere buono perché l'atto sia intrinsecamente buono. Se uno o più oggetti sono malvagi, l'atto è intrinsecamente malvagio. Se un atto ha più di uno oggetti morali e solo un oggetto intrinsecamente malvagio, è sempre immorale sceglierlo consapevolmente.

Solo quando un atto è intrinsecamente ordinato. Solo allora la seconda fonte (l’oggetto morale) è buona. Se qualcosa nell'oggetto dell'atto è moralmente malvagio, allora l'atto è ordinato verso il male; è quindi un atto intrinsecamente malvagio. Non è mai morale sceglierlo intenzionalmente per alcun motivo.

Ogni atto scelto consapevolmente ha un significato morale davanti agli occhi di Dio. Non ci sono atti neutrali nella morale, o che sono esenti dalla legge morale eterna. Ogni atto scelto consapevolmente è moralmente lecito (moralmente ammissibile) o moralmente illecito (peccaminoso).
La specie morale di un atto è determinata dall'oggetto morale. L'oggetto morale (o semplicemente l'oggetto) è il fine, in termini di moralità, verso il quale l'atto scelto è intrinsecamente diretto. Questa disposizione intrinseca dell'oggetto morale o è un fine buono o un fine cattivo. Un atto che è intrinsecamente ordinato verso un fine malvagio, è, per la natura stessa dell'atto, immorale. Un atto che è intrinsecamente ordinato e solo buono nel suo oggetto è buono per sua stessa natura. Ma tutte e tre i fonti devono essere buoni perché l'atto complessivo sia morale.
Quando l'oggetto morale è malvagio, l'atto è intrinsecamente malvagio. Ogni atto intrinsecamente malvagio è intrinsecamente diretto verso un oggetto morale malvagio. Gli atti intrinsecamente malvagi sono intrinsecamente immorali; quindi, nulla può causare un atto intrinsecamente malvagio diventare morale. Un tale atto è, in sé e per sé, male. Gli atti intrinsecamente malvagi sono sempre immorali. Per evitare il peccato, una persona deve scegliere un altro tipo di atto e mai un oggetto morale malvagio.

L'oggetto morale è il fine, in termini di moralità, verso il quale un atto scelto consapevolmente è intrinsecamente diretto. Un atto con un oggetto morale malvagio è intrinsecamente diretto verso un fine immorale. Ogni atto con un oggetto morale malvagio è intrinsecamente immorale, perché l'atto, per sua stessa natura, è ordinato verso il male morale; è un atto intrinsecamente disordinato. Ogni atto con un oggetto morale malvagio è intrinsecamente malvagio, e quindi sempre immorale. Nulla può causare un atto intrinsecamente malvagio diventare morale.

3. Circostanze (o conseguenze) 

La terza fonte della moralità è le circostanze pertinenti a la moralità dell'atto. La totalità delle conseguenze ragionevolmente previste dell'atto, per tutte le persone colpite dall'atto, determina la moralità di questa fonte.
Le conseguenze positive e negative possono essere ragionevolmente anticipate in base alla nostra conoscenza delle circostanze passate e presenti.  Se il peso morale delle cattive conseguenze è maggiore, allora il terzo carattere è cattivo malgrado alcune buone conseguenze. Le conseguenze positive e negative devono essere valutate in base al loro peso secondo la legge morale. La valutazione, in termini di moralità, cioè in referenza ai leggi di Dio e ai insegnamenti della Chiesa.
Qualsiasi conseguenza che non possa ragionevolmente essere anticipata non influenza la moralità dell'atto scelto.

La relazione tra i caratteri 

Ogni atto scelto consapevolmente ha queste tre fonti di moralità. E’ necessario che queste tre fonti siano buone per costituire un atto morale. Se uno o più dei tre fonti è cattiva, l'atto è immorale. Non ci sono eccezioni a questo principio di base della moralità.

Che ogni fonte morale sia buona o cattiva dipende da la sua conformità ai leggi di Dio e ai insegnamenti della Chiesa. Qualsiasi atto in opposizione ai questi leggi è moralmente malvagio; tutto ciò che è in conformità con queste leggi è moralmente buono.  Il bene è quello che è in conformità con le leggi di Dio che è Bontà, Giustizia e Verità. Il male è quello che si oppone a ciò.

Le tre fonti di moralità sono indipendenti l'una dall'altra. L'intenzione non può cambiare l'oggetto morale dell'atto stesso. Le circostanze non possono cambiare l'oggetto morale dell'atto stesso. La natura morale intrinseca dell'atto scelto è determinata unicamente dall'oggetto morale, non dalle intenzioni o dalle circostanze. Nessuna intenzione o circostanza può giustificare la scelta intenzionale di un atto intrinsecamente ordinato verso un oggetto malvagio. Il male intrinseco è irrimediabilmente cattivo; è sempre sbagliato sceglierlo consapevolmente.

Fine prevista contro oggetto morale

Molte persone confondono l'intenzione e l'oggetto.

Spesso, il fine previsto e l'oggetto morale sono gli stessi. Un medico intende guarire il suo paziente, e così sceglie un atto (un particolare trattamento) che è intrinsecamente diretto all'oggetto morale di guarire il paziente. L'intenzione e l'oggetto sono in questo caso uguali. Ma se il medico ha una diversa intenzione, come fare soldi o impressionare un collega, l'oggetto morale dell'atto scelto (dando ad un paziente un trattamento particolare) rimane invariato.
Un medico intende alleviare la sofferenza del suo paziente, e così sceglie un atto che è intrinsecamente diretto allo stesso fine, che è il sollievo della sofferenza. Ma supponiamo che il medico abbia intenzione di alleviare la sofferenza del suo paziente, scegliendo di agire per eutanasia (ad es. per un'overdose di un farmaco). Sta deliberatamente scegliendo un’atto che è intrinsecamente ordinato verso la privazione della vita di una persona innocente. Il fine previsto e l'oggetto morale ora differiscono; il fine previsto è buono, ma l'oggetto morale è malvagio.

Nei casi di eutanasia, non è corretto affermare che l'oggetto morale è il sollievo della sofferenza. L'atto intenzionalmente scelto non è ordinato per il sollievo della sofferenza come fine prossima; invece, è ordinato per la privazione della vita da una persona innocente. Nell'eutanasia, il fine previsto per il sollievo si ottiene per mezzo della fine prossima all'atto scelto, che è l'uccisione della persona innocente.
Un atto di eutanasia è essenzialmente lo stesso di qualsiasi atto di omicidio, nonostante il fine previsto (lo scopo o la ragione per la scelta dell'atto) - alleviare la sofferenza. Pertanto, la specie morale dell'atto rimane gravemente disordinata, nonostante ci sia un buon fine intenzionale. L'eutanasia è sempre gravemente immorale perché è intrinsecamente diretta verso un oggetto malvagio, la morte di una persona innocente. L'intenzione non può cambiare l'oggetto morale dell'atto intenzionalmente scelto.
 Una persona che sceglie intenzionalmente un atto intrinsecamente malvagio, per una buona intenzione, sceglie un atto che è oggettivamente moralmente disordinato. La natura morale essenziale di un atto non è determinata dallo scopo. Una buona intenzione non può cambiare un oggetto morale dal male al bene. E così la scelta di un atto intrinsecamente malvagio è sempre oggettivamente immorale, indipendentemente dall'intenzione per la quale l'atto è stato scelto.
E’ quindi sbagliato giudicare la moralità degli atti umani considerando soltanto l’intenzione che li ispira, o le circostanze che ne costituiscono la cornice. Ci sono atti che per se stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni, sono sempre gravemente illeciti a motivo del loro oggetto.

venerdì 27 luglio 2018

Catechesi n.2 - Il male

Molte persone hanno abbandonato la loro fede a causa del problema del male. È certamente la più grande prova della fede, la più grande tentazione per l'incredulità.
Allora per meglio rispondere a questo dilemma, facciamo una breve catechesi sull’insegnamento tradizionale della Chiesa Cattolica a proposito della questione del male. Cristo è venuto in terra per salvarci dal male e ci ha insegnato a pregare “libera nos a malo”: ma cose è il male e perché esiste?

Il male, in senso ampio, può essere descritto come la somma dell'opposizione che l'esperienza mostra di esistere nell'universo, ai desideri e ai bisogni degli individui; dal quale sorge, almeno tra gli esseri umani, le sofferenze in cui abbonda la vita. Quindi il male, dal punto di vista del benessere umano, è ciò che non dovrebbe esistere. Tuttavia, non esiste un dipartimento della vita umana in cui la sua presenza non sia avvertita; e la discrepanza tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere ha sempre richiesto una spiegazione nel racconto che l'umanità ha cercato di dare di sé e dei suoi dintorni

Quando l'universo è considerato il lavoro di un Creatore onniveggente e onnipotente, sorge la domanda: se Dio è onnisciente, perché ha causato o permesso la sofferenza? Se è onnipotente, non può aver bisogno di crearlo o permetterlo; e d'altra parte, se è sotto tale necessità, non può essere onnipotente. Se Dio è assolutamente buono, e anche onnipotente, come può permettere l'esistenza del male? Dobbiamo indagare, cioè, come il male esiste e qual è la sua relazione speciale con il Creatore dell'universo.

Risposte della Chiesa al dilemma

La filosofia cristiana ha attribuito uniformemente il male all'azione del libero arbitrio creato. L'uomo stesso ha provocato il male, da cui soffre, trasgredendo la legge di Dio, in obbedienza dalla quale dipende la sua felicità.

Il male è nelle cose create sotto l'aspetto della mutabilità, e possibilità di difetto, non come esistente di per sé: e gli errori dell'umanità, confondendo le vere condizioni del proprio benessere, sono state la causa del male morale e fisico (Dionigi lo Pseudo-Areopagita, De Div. Nom., iv, 31; Sant'Agostino, Città di Dio XII).
Il male da cui l'uomo soffre è, tuttavia, la condizione del bene: per il bene del uomo il male è permesso. Quindi, "Dio giudicò meglio portare il bene dal male piuttosto che non sopportare il male di esistere" (S. Aug., Enchirid., Xxvii). Il male contribuisce alla perfezione dell'universo, come ombre alla perfezione di un'immagine (Città di Dio 11). Ancora una volta, l'eccellenza delle opere di Dio nella natura è insistita come prova della divina saggezza, potenza e bontà, grazie alla quale nessun male può essere causato direttamente. (Greg. Nyss., De. Opif. Hom.) Così Boezio chiede (De Consol. Phil., I, iv) Chi può essere l'autore del bene, se Dio è l'autore del male? Poiché l'oscurità non è altro che assenza di luce, e non è prodotta dalla creazione, così il male è semplicemente il difetto del bene. (S. Aug., in Gen.). San Basilio (Hexaem., Hom. II) indica gli scopi educativi serviti dal male; e sant'Agostino, ritenendo che il male sia permesso per la punizione dei malvagi e la prova del bene ed è gradito a Dio, non per quello che è, ma a causa di dove è; cioè come la penale e giusta conseguenza del peccato (Città di Dio XI.12, De Vera Relig. xliv).

Le caratteristiche che spiccano nella spiegazione cristiana del male, rispetto alle teorie non cristiane sono quindi:
  • la definitiva attribuzione a Dio di assoluta onnipotenza e bontà, nonostante il suo permesso dell'esistenza del male;
  • l'assegnazione di una causa morale e retributiva per la sofferenza nel peccato dell'umanità; e
  • l'affermazione senza esitazione del beneficio del proposito di Dio nel permettere il male, insieme alla piena ammissione che Egli poteva impedirla, se avesse scelto. (Città di Dio XIV).


Approccio ateo al problema

Oggi prevale una tendenza di concepire il male come un modo in cui certi aspetti dei momenti dello sviluppo della natura sono appresi dalla coscienza umana. In questa visione non esiste un principio distintivo al quale possa essere assegnato il male, e la sua origine è tutt'uno con quella della natura nel suo complesso. Questo approccio rifiuta l'idea specifica della creazione; e l'idea di Dio è rigorosamente esclusa. Il problema dell'origine del male è quindi fuso in quello dell'origine dell'essere. Il male morale, in particolare, nasce dall'errore e deve essere gradualmente eliminato, o almeno minimizzato, migliorando la conoscenza, la scienza e le condizioni del benessere umano (Meliorismo).
Il monismo hegeliano, che è adottato nelle sue caratteristiche principali da molti diversi sistemi di origine recente, conferisce al male un posto nello sviluppo dell'Idea, in cui si trovano sia l'origine che la realtà interiore dell'universo. Il male è la disaccordo temporaneo tra ciò che è e ciò che dovrebbe essere. Huxley era contento di credere che le cause ultime delle cose siano al momento sconosciute e potrebbero essere inconoscibili. Il male deve essere conosciuto e combattuto nel concreto e nei dettagli; ma l'agnosticismo professato, e nominato, da Huxley rifiuta di intrattenere qualsiasi domanda sulle cause trascendentali e si limita ai fatti sperimentali. Il professor Metchnikoff, su principi simili, pone la causa del male nelle "disarmonie" che prevalgono in natura e che, a suo avviso, potrebbe essere in definitiva rimossa, almeno per la razza umana, insieme al temperamento pessimista che ne deriva, dal progresso della scienza
Questo sistema o metodo di recente costruzione, chiamato Pragmatismo, ha molto in comune con il Pessimismo, che considera il male come una parte realmente inevitabile nell’esperienza umana. Il mondo è ciò che noi lo facciamo; il male tende a diminuire con la crescita della scienza e alla fine può svanire; anche se d'altra parte, può sempre rimanere il minimo irriducibile del male. L'origine del male è, come l'origine di tutte le cose, inspiegabile; non può essere adattato a nessuna teoria del disegno dell'universo, semplicemente perché nessuna teoria è possibile. "Non possiamo comprendere il carattere della mente cosmica il cui scopo è completamente rivelato dalla strana mescolanza di bene e male che troviamo in questi particolari del mondo - la parola “disegno”, di per sé non ha conseguenze e non spiega nulla. " (James, Pragmatism, London, 1907. Cfr. Schiller, Humanism, London 1907.)

Insegnamento cattolico

Alla luce della dottrina cattolica, qualsiasi teoria che possa essere considerata riguardante il male deve includere alcuni punti che riguardano la domanda che è stata autorevolmente definita. Questi punti sono
  • l'onnipotenza, l'onniscienza e la bontà assoluta del Creatore;
  • la libertà della volontà; e
  • la sofferenza è la conseguenza penale della disobbedienza volontaria alla legge di Dio.
Un resoconto completo può essere raccolto dall'insegnamento di San Tommaso d'Aquino, da cui i principi di Sant'Agostino sono sistematizzati e in qualche misura integrati. Il male, secondo San Tommaso, è una privazione, o l'assenza di qualche bene che appartiene propriamente alla natura della creatura. (I, Q. xiv, a. 10; Q. xlix, a. 3; Contra Gentiles, III, ix, x). Non esiste quindi "summum malum", o fonte positiva del male, corrispondente al "summum bonum", che è Dio (I, Q. xlix, a 3, CG, III, 15; De Malo, I, 1) ; il male non è "ens reale" ma solo "ens rationis" - cioè. non esiste come un fatto oggettivo, ma come una concezione soggettiva; le cose sono malvagie non in se stesse, ma in ragione della loro relazione con altre cose o persone. Tutte le realtà (entia) sono di per sé buone; producono cattivi risultati solo incidentalmente; e di conseguenza la causa ultima del male è fondamentalmente buona, così come gli oggetti in cui si trova il male (I, Q. xlix, cfr I, Q. v, 3; De Malo, I, 3).

Il male è triplice, cioè "malum naturæ" (il male che esiste nel universo, il male metafisico), "malum culpæ" (il male morale il male che deriva dalla volontà dell’uomo) e "malum paenæ" (il male fisico, il male penale) la conseguenza retributiva di "malum culpæ") (I, Q. xlviii, a. 5, 6; Q. lxiii, a. 9; De Malo, I, 4). L’esistenza del male asseconda la perfezione del tutto; l'universo sarebbe meno perfetto se non contenesse alcun male. Quindi il fuoco non potrebbe esistere senza la corruzione di ciò che consuma; il leone deve uccidere l'asino per vivere, e se non ci fosse il male, non ci sarebbe spazio per la pazienza e la giustizia (I, Q. xlviii, a.2). Si dice che Dio (come in Isaia 45) sia l'autore del male nel senso che la corruzione degli oggetti materiali nella natura è ordinata da Lui, come mezzo per realizzare il disegno dell'universo; e d'altra parte, il male che esiste come conseguenza della violazione delle leggi divine è nello stesso senso dovuto all'appuntamento divino; l'universo sarebbe meno perfetto se le sue leggi potessero essere infrante impunemente. Così il male, in un aspetto, cioè come contro-bilanciamento della deposizione del peccato, ha la natura del bene (II, Q. ii, a, 19). Ma il male del peccato, sebbene è permesso da Dio, non è in alcun modo dovuto a lui (I, Q. xlix, a. 2); la causa del male del peccato è l'abuso del libero arbitrio da parte di angeli e uomini (I-II, Q. lxxiii, a, 6, II-II, Q. x, a, 2, I-II, Q. ix, a 3). Si nota che il male in qualche forma è necessario e fa parte della perfezione dell'universo: il male metafisico, cioè, e indirettamente, anche il male morale, è incluso nel disegno dell'universo che è  solo parzialmente capito da noi.

San Tommaso fornisce anche spiegazioni di quelle che ora sono generalmente considerate le due principali difficoltà del soggetto, vale a dire il permesso divino del previsto male morale, e la domanda che finalmente arriva, perché Dio ha scelto di creare qualcosa. In primo luogo, viene chiesto perché Dio, prevedendo che le sue creature avrebbero usato il dono del libero arbitrio per il loro stesso ferimento, non si è astenuto dal crearle, o in qualche modo salvaguardare il loro libero arbitrio dall'abuso, oppure perché non ha negato loro il dono del libero arbitrio del tutto? San Tommaso replica (C. G., II, xxviii) che Dio non può cambiare idea, poiché la volontà divina è libera dal difetto della debolezza o della mutabilità. Tale mutabilità sarebbe un difetto nella natura divina (e quindi impossibile), perché se il proposito di Dio fosse reso dipendente dal previsto atto libero di qualsiasi creatura, Dio avrebbe quindi sacrificato la propria libertà e si sarebbe sottomesso alle sue creature, abdicando così la sua essenziale supremazia - una cosa che è, naturalmente, assolutamente inconcepibile. In secondo luogo, alla domanda sul perché Dio avrebbe dovuto scegliere di creare, quando la creazione non era in alcun modo necessaria per la sua stessa perfezione, San Tommaso risponde che l'oggetto di Dio nel creare è Se stesso; Egli crea per manifestare la propria bontà, potenza e saggezza ed è soddisfatto di quella riflessione o similitudine di Se stesso in cui consiste la bontà della creazione. Il piacere di Dio è l'unico motivo di azione supremo perfetto; non a causa di alcun bisogno, o necessità intrinseca nella natura divina (C. G., I, xxviii; II, xxiii), ma perché Dio è la fonte, il centro e l'oggetto di tutta l'esistenza. (I, Q. 65: a.2, cfr Proverbi 26 e Conc. Vat. I, Can. 1: v, Const. Dogm., 1.) Questo è di conseguenza la ragione sufficiente per l'esistenza dell'universo, e anche per la sofferenza che il male morale ha introdotto in essa. Dio non ha creato il mondo principalmente per il bene dell'uomo, ma per il suo piacere personale; il bene per l'uomo sta nel conformarsi al supremo proposito della creazione, e il male consiste nel discostarsene (C.G., III, xvii, cxliv). Si può inoltre capire da San Tommaso, che permettendo che il male morale esista, Dio ha fornito una sfera per la manifestazione di un aspetto della sua giustizia essenziale (cfr I, Q. lxv, a, 2, e I, Q. xxi, a, 1, 3 ).

Sui principi cattolici, il rimedio del male morale e la conseguente sofferenza possono avvenire solo attraverso la riforma individuale -  non tanto attraverso l'aumento della scienza quanto attraverso la ri-direzione della volontà. Ma i metodi di miglioramento sociale che hanno un qualche valore che corrisponde alle leggi divine, sono accolti e promossi dalla Chiesa se tendendo, almeno indirettamente, a raggiungere lo scopo per cui la chiesa esiste.

Bollettino di San Simeon Piccolo - 29 luglio


giovedì 26 luglio 2018

Catechesi n. 1 - La Redenzione

Oggi è la festa del Redentore. Riflettiamo un momento sul significato della parola Redentore e sul significato del termine redenzione.

Redenzione significa  essenzialmente la restaurazione dell'uomo dalla schiavitù del peccato alla libertà dei figli di Dio attraverso le soddisfazioni e i meriti di Cristo.

La parola redemptio è la versione latina della Vulgata del kopher ebraico e del greco lytron che, nell'Antico Testamento, significa generalmente un prezzo di riscatto. Nel Nuovo Testamento, è il termine classico che designa il "grande prezzo" (1 Corinzi 6:20) che il Redentore ha pagato per la nostra liberazione. La redenzione presuppone l'innalzamento originario dell'uomo verso uno stato soprannaturale e la sua caduta da esso attraverso il peccato; e nella misura in cui il peccato chiama l'ira di Dio e produce la servitù dell'uomo sotto il male e Satana, la Redenzione si riferisce sia a Dio che all'uomo. Da parte di Dio, è l'accettazione di ammende soddisfacenti mediante le quali l'onore divino viene riparato e l'ira divina placata. Da parte dell'uomo, è allo stesso tempo una liberazione dalla schiavitù del peccato e una restaurazione dell'adozione divina, e questa restaurazione include l'intero processo di vita soprannaturale dalla prima riconciliazione alla salvezza finale. Questo duplice risultato, vale a dire la soddisfazione di Dio e la restaurazione dell'uomo, è determinato dal lavoro di Cristo chi compie azioni soddisfacenti e meritorie per nostro conto.

La redenzione è necessaria e Dio richiede un adeguato risarcimento per il peccato dell'umanità. L'assioma giuridico "honor est in honorante, injuria in injuriato" (l'onore è misurato dalla dignità di colui che lo dà, l’offesa è misurata dalla dignità di colui che la riceve) mostra che il peccato mortale porta una malizia infinita e solo una persona che possiede un infinito valore è capace di fare ammenda completa per questo. La persona che possiede un valore infinito è l'Uomo-Dio, Cristo nostro Redentore.

Modalità di redenzione

L'incarnazione e il sacrificio di Cristo sono i fondamenti della Redenzione. L'incarnazione - cioè l'unione personale della natura umana con la Seconda Persona della Santissima Trinità - è la base necessaria della Redenzione perché questo, per essere efficace, deve includere come attribuzioni dell'unico Redentore sia l'umiliazione dell'uomo, senza la quale non ci sarebbe soddisfazione, e la dignità di Dio, senza la quale la soddisfazione non sarebbe adeguata. "Per un'adeguata soddisfazione", dice San Tommaso, "è necessario che l'atto di colui che soddisfa abbia un valore infinito e proceda da uno che è sia Dio che Uomo" (III: 1: 2 ad 2um). Il sacrificio, che porta sempre con sé l'idea di sofferenza e immolazione, è il complemento e la piena espressione dell'Incarnazione. Piacque al Padre di chiedere e al Redentore di offrire le Sue fatiche, passione e morte (Giovanni 10: 17-18). San Tommaso (III: 46: 6 a 6um) osserva che Cristo liberando l'uomo attraverso il suo potere divino ma anche per via della giustizia, combina sia l'alto grado di potere che scaturisce dalla sua divinità e il massimo della sofferenza che, secondo il criteri umani, sarebbero considerati una soddisfazione sufficiente. È in questa doppia luce di incarnazione e sacrificio che dovremmo sempre vedere i due fattori concreti della Redenzione, vale a dire la soddisfazione e i meriti di Cristo.
Soddisfazione di Cristo

La soddisfazione o il pagamento di un debito per intero significa, nell'ordine morale, una riparazione accettabile dell'onore offerto alla persona offesa e, ovviamente, implica un lavoro penale e doloroso. Cristo ha offerto al suo Padre celeste le sue fatiche, le sue sofferenze e la sua morte come espiazione per i nostri peccati. Il passaggio classica di Isaia (52-53), descrive il Servo di Dio, che è il Messia, innocente eppure castigato da Dio, perché Egli ha preso le nostre iniquità su di sé, la sua auto-oblazione diventa la nostra pace e il sacrificio della sua vita diventa il pagamento per le nostre trasgressioni.  Cristo il Figlio dell'uomo propone se stesso come modello di amore oblativo perché Egli "non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita un riscatto per molti" (Matteo 20:28; Marco 10:45). Una dichiarazione simile è ripetuta alla vigilia della Passione nell'ultima cena: "Questo è il mio sangue del nuovo Testamento, che sarà versato per molti alla remissione dei peccati" (Matteo 26:27, 28). Alla luce di questa e della esplicita affermazione di S. Pietro (1 Pietro 1:11) e San Giovanni (1 Giovanni 2: 2) i modernisti non sono giustificati a sostenere che "il dogma della morte espiatoria di Cristo non è evangelica" (prop XXXVIII condannato dal Sant'Uffizio nel "Lamentabili" Decreto 3 luglio, 1907.). Il sacrificio redentore di Gesù è il tema e l'onere di tutta la Lettera agli Ebrei e negli altri Epistole. Il passaggio principale è Romani 3:23: "Tutti hanno peccato e hanno bisogno della gloria di Dio e sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, mediante la redenzione, che è in Cristo Gesù, che Dio ha proposto di essere una propiziazione attraverso la fede nel suo sangue, alla dimostrazione della sua giustizia, alla remissione dei precedenti peccati. " Altri testi, come Efesini 2:16; Colossesi 1:20; e Galati 3:13, ripetono ed enfatizzano lo stesso insegnamento.

Socinus († 1562) nel suo "de Deo servatore" fu il primo che tentò di sostituire il tradizionale dogma della soddisfazione vicaria di Cristo con l’idea che la crocifissione rappresenta un esempio puramente etico, soltanto un esempio di come dobbiamo accettare le ingiustizie della vita. Era ed è ancora seguita dalla Scuola razionalista che vede nell'insegnamento tradizionale, uno spirito di vendetta indegno di Dio e una sovversione della giustizia nel sostituire l'innocente per il colpevole. L'accusa di vendicatività, un pezzo di grossolano antropomorfismo, deriva dal confondere il peccato di vendetta e la virtù della giustizia. La carica di ingiustizia ignora il fatto che Gesù, il capo giuridico del genere umano (Ef 1,22), volontariamente (Giovanni 10,15) ha offerto se stesso, e possiamo essere salvati per grazia del unico Salvatore - come eravamo tutti persi per la colpa di un solo Adamo (Romani 5:15), così siamo stati redenti da Cristo solo. La pena fu assunta volontariamente dal Redentore e, nel pagarla, Egli lavò i nostri peccati e ci riportò al nostro precedente stato e destinazione soprannaturale.

Meriti di Cristo

Il lavoro e le sofferenze di Cristo, oltre a placare Dio, avvantaggiano anche l'uomo in diversi modi. Possiedono, in primo luogo, il potere di impetrazione o intercessione che è propria della preghiera. Tuttavia, poiché la soddisfazione è il principale fattore della Redenzione per quanto riguarda l'onore di Dio, la restaurazione dell'uomo è dovuta principalmente ai meriti di Cristo.

Cristo meritò per se stesso l'onore (Ebrei 2: 9) e l'esaltazione del suo nome (Filippesi 2: 9-10). Ha anche meritato per noi. Tali frasi bibliche, per esempio, “ricevere della sua pienezza" (Giovanni 1:16), “per essere benedette con le Sue benedizioni” (Efesini 1: 3), “per essere rese vive in Lui” (1 Corinzi 15:22), “per dovere a Lui il la nostra eterna salvezza” (Ebrei 5: 9) implicano chiaramente una comunicazione da Lui a noi in via di merito. Il Consiglio di Firenze [Decretum pro Jacobitis, Denzinger-Bannwart, n. 711 (602)] attribuisce la liberazione dell'uomo dal dominio di Satana al merito del Mediatore, e il Concilio di Trento (Sess. V, cc iii, vii, xvi e canoni iii, x) collega ripetutamente i meriti di Cristo e lo sviluppo della nostra vita soprannaturale nelle sue varie fasi. Il canone III della Sessione V dice l'anatema a chiunque affermi che il peccato originale è annullato diversamente dai meriti di un Mediatore, Nostro Signore Gesù Cristo, e il canone x della Sessione VI definisce che l'uomo non può meritare senza la giustizia mediante la quale Cristo ha meritato la nostra giustificazione.

Gli oggetti dei meriti di Cristo per noi sono i doni soprannaturali perduti dal peccato, cioè la grazia (Giovanni 1: 14-16) e la salvezza (1 Corinzi 15:22); i doni preternaturali goduti dai nostri primi genitori nello stato di innocenza non sono, almeno in questo mondo, restaurati dai meriti della Redenzione, perché Cristo desidera che noi soffriamo con Lui per poter essere glorificati con Lui (Romani 8: 17). San Tommaso che spiega come i meriti di Cristo sono trasmessi a noi, dice: “Cristo merita per gli altri come altri uomini nello stato di grazia meritano per se stessi (III: 48: 1). Con noi i meriti sono essenzialmente personali. Non così con Cristo che, essendo il capo della nostra razza (Efesini 4: 15-5: 23), ha, in questo senso, l'unica prerogativa di comunicare ai membri subordinati a Lui la vita Divina di cui Egli è la fonte. Lo stesso moto dello Spirito Santo che ci spinge individualmente attraverso le varie fasi della grazia verso la vita eterna, spinge Cristo, ma come il capo di tutti; e così la stessa legge del moto divino efficace governa l'individualità dei nostri meriti e l'universalità dei meriti di Cristo ". Il Redentore associa gli altri a Se stesso" Per il perfezionamento dei santi, ... per l'edificazione del corpo di Cristo "(Efesini 4:12). Cristo, sulla sola base della sua dignità e missione, può reclamarci una partecipazione ai suoi privilegi divini.

San Tommaso (III: 48: 6) parla di una sorta di efficientia per cui le azioni e le passioni di Cristo, come veicoli del potere divino, causa la grazia in noi. Gli stessi atti di Cristo sono dotati di doppia efficacia, sono meritevoli per la dignità personale di Cristo, e allo stesso tempo dinamici a causa del loro investimento con il suo potere divino.

Adeguatezza della redenzione

La redenzione è designata dal "Catechismo del Concilio di Trento" (1, v, 15) come "completa, integrale in tutti i punti, perfetta e veramente ammirevole". Tale è l'insegnamento di San Paolo: "dove il peccato abbondava, la grazia abbondava di più" (Romani 5:20), cioè il male come gli effetti del peccato, è più che compensato dai frutti della Redenzione. Commentando questo brano, San Crisostomo (Hom X in Rom., In P.G., LX, 477) mette a confronto la nostra responsabilità con una goccia d'acqua e il pagamento di Cristo con il vasto oceano. La vera ragione dell'adeguatezza e persino della sovrabbondanza della Redenzione è data da San Cirillo d'Alessandria: "Uno morì per tutti ... ma c'era in quell'unico valore più che in tutti gli uomini insieme, più persino che in tutta la creazione, perché, oltre ad essere un uomo perfetto, è rimasto l'unico figlio di Dio "(Quod unus sit Christus, in PG, LXXV, 135fi).


Dall'adeguatezza e persino dalla sovrabbondanza della Redenzione osservata in Cristo nostro Capo, si potrebbe dedurre che non c'è né bisogno di sforzi personali da parte nostra per l'esecuzione di opere soddisfacenti o l'acquisizione di meriti. Ma l'inferenza è fallace. La legge di cooperazione, che è presente in tutto l'ordine provvidenziale, governa in modo particolare questa materia. È solo attraverso, e secondo la misura della nostra cooperazione, che ci appropriamo delle soddisfazioni e dei meriti di Cristo. Quando Lutero, dopo aver negato la libertà umana su cui poggiano tutte le opere buone, ha insegnato la dottrina della "fede fiduciale" come unico mezzo per appropriarsi dei frutti della Redenzione ha contrastato il semplice insegnamento del Nuovo Testamento che ci chiama a rinnegare noi stessi e portare la nostra croce (Matteo 16:24), a camminare sulle orme del Crocifisso (1 Pietro 2:21), a soffrire con Cristo per essere glorificato con Lui (Rom. viii, 17), in una parola per riempire quelle cose che mancano nelle sofferenze di Cristo (Colossesi 1:24). Lungi dal sminuire la perfezione della Redenzione, i nostri sforzi quotidiani verso l'imitazione di Cristo sono la prova dell’efficacia della nostra redenzione e sono pure i frutti della sua fecondità. "Tutta la nostra gloria", dice il Concilio di Trento, "è in Cristo in cui viviamo, e meritiamo e soddisfiamo, facendo frutti degni di penitenza e che da Lui derivano la loro virtù; per mezzo di Lui sono presentati al Padre, e per mezzo di  Lui trovano l'accettazione con Dio "(Sess. XIV, c. viii)

domenica 17 giugno 2018

Pellegrinaggio alla Salute (foto)

Sabato 16 giugno, per le cure di Traditio Marciana e del Coordinamento Nazionale Summorum Pontificum, si è svolto alla Basilica di S. Maria della Salute in Venezia il pellegrinaggio dei coetus fidelium del Triveneto.

Mons. Marco Agostini, del clero veronese, officiale della segreteria di Stato e cerimoniere pontificio, ha cantato Messa solenne all'altar maggiore del Santuario basilicale. La liturgia è stata preceduta dal canto delle litanie alla Beata Vergine secundum consuetudinem ducalis Basilicae S. Marci Venetiarum, in tono patriarchino; al termine della stessa, è stata venerata e offerta al bacio dei cristiani presenti la reliquia dell'ulna di Sant'Antonio da Padova, custodita nel medesimo Santuario.

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